Monica Carlin racconta la sua esperienza di atleta all’evento UniSpORANGE

Intervista a Monica Carlin, avvocato, maratoneta, ultra-maratoneta e campionessa mondiale di 100 km di corsa

Monica Carlin è avvocato, maratoneta, ultra-maratoneta e campionessa mondiale di 100 km di corsa. L'abbiamo intervistata perchè è intervenuta all'evento "Con lo sport per combattere la violenza sulle donne" del 1 dicembre 2016.

Monica Carlin, avvocato, maratoneta, ultra-maratoneta e campionessa mondiale di 100 km di corsa è intervenuta alla Tavola Rotonda “Con lo sport per combattere la violenza sulle donne”, che si è tenuta Giovedì 1 Dicembre  2016 a conclusione dell’iniziativa UniSpORANGE, organizzata da UNI.Sport (rete sportiva formata da Università degli Studi di Trento, Opera Universitaria e CUS Trento) e dalla prorettrice alle politiche di equità e diversità di UniTrento, Barbara Poggio, in occasione della Giornata Internazionale per l’eliminazione della violenza contro le donne (25 Novembre).

In base alla sua esperienza personale,  l’essere un’atleta donna comporta degli svantaggi?

Solo nel 1967 nella maratona di Boston, per la prima volta tra i partecipanti vi fu una donna, Katrin Schwitzer, che corse sotto mentite spoglie nei panni di un uomo “scortata” dal suo fidanzato; anche se ad un certo punto venne scoperta da un giudice, che cercò di interrompere la sua corsa, riuscì comunque a correre fino al traguardo realizzando un ottimo tempo. 

Da allora in poi le donne hanno iniziato a gareggiare nelle maratone, anche se ancora oggi sono presenti nelle gare in genere un po’ in tutti gli sport in misura più limitata  rispetto agli uomini. D’altra parte, con riguardo agli squilibri numerici di partecipazione alle gare tra donne e uomini nello sport, basti pensare che alle Olimpiadi dove, prima del 1900 è stata ammessa la partecipazione di una donna in sole due discipline, il golf e il tennis. Solo nel 1921 a Montecarlo si tennero i primi giochi femminili. La partecipazione delle donne nei 10.000 metri in pista è stata ammessa solo a far data dalle Olimpiadi del 1988. La partecipazione femminile al judo risale solo al 1992!

E oggi tra i partecipanti di alcuni paesi rimangono ancora proporzioni fortemente asimmetriche (nelle squadre olimpiche di Cina e Germania le donne rappresentano solo il 40% del totale). In Arabia Saudita, Iran, Pakistan alle donne non è permessa la partecipazione a gare internazionali.

Faccio un altro esempio: presidenti, allenatori, dirigenti delle società sportive sono uomini per lo più. Ricordo inoltre che in base alla legge n.91 del 1981, viene sancito espressamente che le donne non possono essere definite professioniste, ma semplici dilettanti. Anche questo costituisce una forte discriminazione che dovrebbe essere superata. È anche da notare che solo 6 su 60 discipline sono definite professionistiche (e sono calcio, pallacanestro, golf, pugilato, motociclismo, ciclismo), ma nessuna di esse prevede il settore professionistico per atlete donne!

Anche i montepremi delle gare, spesso, sono diversi a seconda del genere, nonostante oggi si stia cercando di superare tale disuguaglianza.

Ricordo ancora un altro episodio eclatante; in occasione della disastrosa alluvione Cleopatra che colpì la regione Sardegna nel novembre 2013, venne organizzata una partita di calcio di beneficienza per raccogliere fondi; vi dovevano partecipare sia donne che uomini appartenenti alle squadre locali. Ebbene, la Lega-Pro si oppose, in quanto il regolamento vigente impediva che potessero giocare insieme uomini e donne!

È stata mai vittima di queste discriminazioni?

Le prime gare cui ho partecipato, prevedevano spesso diseguaglianze nel montepremi; più alto quello maschile, più basso quello femminile (faccio l’esempio della mitica 100 Km del Passatore che parte da Firenze e arriva a Faenza). La squadra nazionale femminile di ultra-maratona (di cui faccio parte dal 2006) ha sempre avuto una rappresentanza femminile numericamente inferiore.

Lo Sport rappresenta un modello soprattutto per i giovani, cosa potrebbe fare il mondo dello sport per contrastare la violenza?

Lo sport aiuta in tutti gli ambiti. Per quel che mi riguarda, lo sport aiuta il mio lavoro e il mio lavoro aiuta lo sport. Quando si pratica lo sport si cerca di guardare al positivo. Lo sport aiuta a rafforzare la propria autostima, a fortificarsi, sia mentalmente che fisicamente; è momento di aggregazione ed infonde il valore e il rispetto di sé e dell’avversario. Come nel corso di una gara, anche nella vita ci si trova a dover affrontare degli ostacoli. Se si impara a trovare il coraggio e la forza che permettono di giungere al traguardo, quel coraggio e quella forza potranno essere utili anche per superare le difficoltà della vita. Lo sport può aiutare a infondere coraggio anche alle donne vittime di violenza, il coraggio per denunciare i loro carnefici e liberarsi dalle oppressioni.

Nel nostro Paese purtroppo c’è una cultura che porta i bambini molto spesso a non praticare lo sport; al contrario si dovrebbe utilizzare lo sport come veicolo di formazione di skill specifiche, da acquisire sin da bambini. I genitori dovrebbero spingere i propri figli a praticare attività sportiva per aiutarli a crescere con dei valori e degli strumenti che potranno utilizzare per affrontare gli ostacoli che la vita porrà loro dinanzi. 

Monica Carlin, avvocato, maratoneta